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Il 9 marzo 2020 la più grande evasione di massa mai avvenuta in un penitenziario italiano. Oggi, a sei anni dai fatti, prosegue in tribunale il processo a 55 ex detenuti accusati di devastazione e saccheggio

Sono passati esattamente sei anni dalla rivolta nel carcere di Foggia che il 9 marzo 2020 sconvolse il sistema penitenziario italiano, dando vita alla più clamorosa evasione di massa mai avvenuta nel Paese. Oggi, 9 marzo 2026, quella giornata continua a essere al centro di un lungo processo che vede imputati 55 ex detenuti, accusati a vario titolo di devastazione e saccheggio per i fatti avvenuti nella casa circondariale del rione Casermette.

Le testimonianze degli agenti in aula

Nel corso dell’ultima udienza sono stati ascoltati alcuni poliziotti penitenziari che quella mattina erano in servizio. Tra loro un agente che lavorava all’ufficio matricola e che ha ricostruito i momenti più drammatici della rivolta.

“Ero in servizio all’ufficio matricola quando all’improvviso irruppero centinaia di persone quasi tutte a volto coperto, un paio però le riconobbi. Nell’andar via vidi uscire del fumo dall’ufficio, e alcuni detenuti dar fuoco alle risme di carta”, ha raccontato davanti al tribunale.

Secondo l’accusa i rivoltosi distrussero e incendiarono uffici, bruciarono materassi nel cortile, aggredirono agenti, tentarono di irrompere nella stanza del direttore e abbatterono cancelli, arrivando di fatto a prendere il controllo della struttura.

Alcuni imputati rispondono anche di sequestro di persona, per aver rinchiuso un agente in un gabbiotto, oltre che di resistenza a pubblico ufficiale e furto.

La fuga di massa che fece il giro del mondo

Quel giorno nel carcere di Foggia erano detenute circa 600 persone. La rivolta culminò con una fuga di massa senza precedenti: 72 detenuti, tra cui esponenti di spicco della mafia locale, alcuni beccati in una cava un mese dopo, riuscirono ad abbattere i cancelli e uscire dal portone principale della struttura.

Le immagini della fuga, riprese anche da telefoni cellulari e dalle telecamere di sorveglianza, fecero rapidamente il giro del web e dei media internazionali.

Tutti gli evasi furono poi catturati o si costituirono nell’arco di circa quattro mesi.

Le indagini e i numeri del processo

Le indagini della Procura, basate su filmati e relazioni di servizio della polizia penitenziaria, hanno portato all’identificazione di 82 persone, tra cui quattro donne. Il numero è poi sceso a 81 imputati dopo il suicidio di uno di loro.

Nel marzo e maggio del 2023 furono arrestati 43 ex detenuti, a distanza di tre anni dai fatti. Nel corso del processo sono stati progressivamente scarcerati e attualmente risultano tutti a piede libero per questa vicenda, anche se alcuni sono detenuti per altri procedimenti.

Ad oggi il bilancio giudiziario conta: 18 condanne complessive a 91 anni di carcere inflitte in primo grado a chi ha scelto il rito abbreviato; una assoluzione; 7 posizioni stralciate; 55 imputati ancora sotto processo davanti al tribunale dal 3 marzo 2023

Le accuse e la linea difensiva

La procura contesta il reato di devastazione e saccheggio, che prevede pene fino a 15 anni di reclusione. La difesa punta invece a ridimensionare l’impianto accusatorio, chiedendo di derubricare i fatti a danneggiamento, reato punito con pene fino a tre anni. Gli avvocati chiedono inoltre di analizzare nel dettaglio le singole responsabilità, sostenendo che molti imputati non presero parte attiva alla rivolta ma approfittarono del caos per evadere.

Per questo motivo la difesa ha chiesto che in aula vengano visionate le numerose registrazioni video realizzate dalle telecamere del carcere e dalle forze dell’ordine intervenute.

La rivolta nata durante l’emergenza Covid

A scatenare la protesta fu la decisione del Governo, nei primi giorni della pandemia, di sospendere i colloqui tra detenuti e familiari per evitare il rischio di contagio da Covid-19.

La protesta inizialmente pacifica degenerò rapidamente. Decine di detenuti salirono sui tetti gridando “amnistia, indulto”, mentre all’interno della struttura scoppiarono incendi e devastazioni. Per tre giorni il carcere rimase sostanzialmente nelle mani dei rivoltosi.

La situazione tornò sotto controllo solo all’alba del 12 marzo 2020, quando circa 250 agenti del Gom, il gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, fecero irruzione nel penitenziario con caschi, scudi e manganelli. In quell’operazione 107 detenuti furono prelevati e trasferiti in altri istituti penitenziari.

Il processo prosegue

Il procedimento difficilmente arriverà a sentenza entro quest’anno. La prossima udienza è fissata per il 2 luglio, quando saranno ascoltati gli ultimi testimoni dell’accusa. Oltre 50 quelli citati dal pubblico ministero, in gran parte agenti della polizia penitenziaria.

A sei anni da quella giornata che segnò la storia del carcere foggiano, il tribunale è ancora impegnato a ricostruire responsabilità e ruoli di una rivolta che resta una delle pagine più drammatiche della cronaca giudiziaria italiana.(immediato)

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