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Smartphone in carcere per favorire le cosche: 31 indagati nell’inchiesta partita da Genova

Contestati, a vario titolo, indebita introduzione di telefoni nelle celle e ricettazione aggravata dall’agevolazione mafiosa: nel mirino soprattutto Marassi e le altre carceri liguri, tra sim fantasma e cellulari passati di mano tra detenuti in alta sicurezza

Genova e la Liguria sono al centro di una vasta indagine che punta a spezzare la rete di comunicazioni clandestine tra detenuti in alta sicurezza e l’esterno, rete che passerebbe attraverso smartphone introdotti illecitamente in carcere.

Sono 31 le persone indagate, a vario titolo, per i reati di indebita introduzione di apparecchi telefonici in istituto penitenziario e ricettazione, con l’aggravante di aver agevolato associazioni di stampo mafioso. Al centro dell’inchiesta ci sono soprattutto il carcere di Genova Marassi e le altre strutture liguri, Chiavari e La Spezia, ma le perquisizioni hanno toccato anche numerosi istituti fuori regione.

Secondo gli investigatori, nelle sezioni di alta sicurezza sarebbero stati utilizzati decine di telefoni e oltre un centinaio di schede sim, strumento fondamentale per mantenere contatti costanti con esponenti delle cosche all’esterno o detenuti in altri penitenziari. Attraverso questi dispositivi, i reclusi avrebbero potuto impartire ordini, ricevere notizie sull’andamento degli affari e veicolare le cosiddette “ambasciate”, aggirando i controlli previsti dal regime detentivo.

Un tassello importante dell’indagine riguarda anche l’attivazione delle sim: alcune sarebbero state intestate a soggetti inesistenti o inconsapevoli, dopo essere transitate da negozi di telefonia del centro genovese indicati come “complici” nel sistema illecito. I telefoni, spesso di dimensioni ridotte per sfuggire ai controlli, sarebbero stati introdotti in carcere tramite pacchi, colloqui o contatti esterni, con il presunto coinvolgimento di parenti e conoscenti finiti anch’essi sotto indagine.

Una volta dentro, gli apparecchi venivano fatti circolare tra i detenuti, creando una rete parallela di comunicazioni difficilmente tracciabile. Le analisi sui dispositivi sequestrati – chiamate, chat, rubriche, dati delle sim – hanno contribuito a ricostruire parte del quadro accusatorio e a collegare le utenze a figure di rilievo del crimine organizzato.

L’inchiesta riaccende i riflettori sul ruolo delle carceri liguri, e di Marassi in particolare, come snodi sensibili nella gestione dei detenuti per reati di mafia. Il carcere, che dovrebbe costituire una barriera operativa per le organizzazioni criminali, rischia di trasformarsi – se infiltrato da telefoni clandestini – in una sorta di “cabina di regia” sotterranea, capace di mantenere viva la catena di comando.

Resta però un dato: l’operazione mette di fronte, ancora una volta, alla necessità di rafforzare i controlli tecnologici e logistici negli istituti penitenziari, soprattutto nelle sezioni dedicate ai detenuti di alta sicurezza, per impedire che smartphone e sim diventino l’ennesimo strumento con cui le organizzazioni mafiose riescono a proiettare il proprio potere fuori dalle celle.(genovaquotidiana)

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