Chiarimenti in merito a vicende relative alla nomina del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nel 2018, nonché in ordine alla recente sostituzione dei vertici del medesimo dipartimento , il Ministro…..

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Chiarimenti in merito a vicende relative alla nomina del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nel 2018, nonché in ordine alla recente sostituzione dei vertici del medesimo dipartimento , il Ministro Bonafede risponde in aula alla Camera dei Deputati ad una  interrogazione a risposta immediata in Assemblea presentata  dagli onorevoli ZANETTIN, COSTA, GELMINI, OCCHIUTO, BARTOLOZZI, CASSINELLI, CRISTINA, PITTALIS, SIRACUSANO, SISTO e ROSSELLO che riportiamo di seguito

Atto Camera

Interrogazione a risposta immediata in Assemblea 3-01520

presentato da

ZANETTIN Pierantonio Martedì 5 maggio 2020, seduta n. 334

ZANETTIN, COSTA, GELMINI, OCCHIUTO, BARTOLOZZI, CASSINELLI, CRISTINA, PITTALIS, SIRACUSANO, SISTO e ROSSELLO   . — Al Ministro della giustizia . — Per sapere – premesso che:

nel corso della trasmissione televisiva «Non è l’Arena» del 3 maggio 2020, è andato in onda un «botta e risposta» desolante tra il Ministro interrogato e il dottor Di Matteo, che, a parere degli interroganti, risulta evidentemente non consono agli incarichi che entrambi ricoprono;

Di Matteo ha raccontato come nel 2018 Bonafede gli avesse chiesto di dirigere il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma l’offerta venne meno dopo la reazione di alcuni boss detenuti al 41-bis, che, intercettati, avevano espresso preoccupazione per la nomina. Bonafede ha immediatamente replicato dicendosi «esterrefatto», perché la circostanza che lui avrebbe cambiato decisione, dopo aver saputo dell’intercettazione, «non sta né in cielo, né in terra». Il Ministro interrogato ha aggiunto che l’incarico di capo degli affari penali, che Di Matteo ha poi rifiutato, «non era un ruolo minore, ma più di frontiera nella lotta alla mafia. Lo stesso incarico che ricoprì Giovanni Falcone»;

le dichiarazioni del Ministro interrogato risultano, però, ad avviso degli interroganti particolarmente allarmanti ed ambigue: non solo ha testualmente dichiarato di poter disporre delle intercettazioni effettuate dal nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria (circostanza grave che andrebbe comunque chiarita), ma sembra non conoscere nemmeno l’organizzazione del suo Ministero. Il ruolo di Falcone al Ministero non esiste più: egli ricoprì, infatti, l’incarico di direttore generale degli affari penali, delle grazie e del casellario, che corrisponde oggi ad un capo dipartimento, incarico apicale di fiducia del Ministro. La Direzione generale degli affari penali, incarico che il Ministro interrogato ha dichiarato di aver offerto a Di Matteo, in realtà oggi si chiama Direzione generale degli affari interni, ma non è incarico apicale, né tantomeno di frontiera nella lotta alla mafia. Tra l’altro, a quanto consta agli interroganti, all’epoca dei fatti quell’incarico non era neppure nella disponibilità del Ministro interrogato, in quanto non soggetto a spoil system, ed era occupato da un altro magistrato, che non si sarebbe potuto sostituire;

è necessario, a questo punto, fornire al Paese e al Parlamento una versione più credibile di come siano andate davvero le cose –:

se il Ministro interrogato intenda fornire chiarimenti relativamente a quanto denunciato dal dottor Di Matteo, specificando se e quali interferenze si siano manifestate con riguardo alla nomina di capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nel 2018, e, comunque, quali valutazioni di opportunità politica abbiano suggerito di desistere dal suo iniziale intendimento di affidare l’incarico a Di Matteo e quali, invece, siano state le trattative e le interlocuzioni che ha avuto prima di nominare i nuovi vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nei giorni scorsi.
(3-01520)

Ministro della Giustizia. Grazie, Presidente. Ringrazio gli interroganti perché mi danno la possibilità di chiarire alcuni punti importanti, che sono certo contribuiranno ad evitare l’ulteriore degenerazione del dibattito politico surreale di questi giorni. Mi viene chiesto innanzitutto, letteralmente, se e quali interferenze si siano manifestate sulla nomina di capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nel 2018.

La risposta è molto semplice: nel giugno 2018 non vi fu alcuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Riguardo all’altra domanda posta, ovvero quali valutazioni di opportunità politica abbiano suggerito di desistere dal mio iniziale intendimento di affidare l’incarico a Di Matteo, informo che, semplicemente, nelle normali interlocuzioni per la formazione della squadra, avevo intenzione di coinvolgere il dottor Di Matteo, conoscendo il suo profilo professionale e la sua carriera come magistrato antimafia. Per questo pensai a due ruoli per lui: o il vertice dell’amministrazione penitenziaria oppure un ruolo che fosse in qualche modo equivalente alla posizione ricoperta a suo tempo da Giovanni Falcone, a seguito di riorganizzazione (Commenti).

Mi convinsi, dopo una prima telefonata e in occasione del primo incontro al Ministero, che questa seconda opzione fosse la più giusta, perché avrebbe consentito al dottor Di Matteo di lavorare in via Arenula al mio fianco. Inoltre, ritenevo che questa decisione avrebbe consegnato un messaggio chiaro e inequivocabile per tutte le mafie. Come è ormai noto, non ci furono i presupposti per realizzare l’auspicata collaborazione (Commenti); del pari, anche con riferimento alla recente nomina del nuovo capo del Dipartimento, ho seguito mie valutazioni personali nella scelta, la cui discrezionalità rivendico. Ogni altra ipotesi o illazione emersa nel dibattito politico di questi giorni è del tutto campata in aria, perché, come risulta anche dalla ricostruzione temporale dei fatti, le dichiarazioni di alcuni boss erano già note al Ministero dal 9 giugno 2018, e quindi ben prima di ogni interlocuzione da me avuta con il diretto interessato.

Tanto premesso, la linea di azione che ho seguito come Ministro della Giustizia è stata è e sarà sempre improntata alla massima determinazione nella lotta alle mafie 

Basta semplicemente scorrere ogni parola di ogni legge che ho portato all’approvazione in questi due anni, dalla legge cosiddetta Spazza corrotti fino all’ultimo decreto-legge che impone il coinvolgimento della Direzione nazionale e delle direzioni distrettuali antimafia sulle richieste di scarcerazione. E, sempre a tal proposito, voglio annunciare qui al Parlamento che è in cantiere un decreto-legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l’attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni