Educatori e polizia penitenziaria , l’organico è carente…..

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Educatori e polizia penitenziaria , l’organico è carente…..

Trento: nel carcere di Spini manca personale

“Educatori e polizia, l’organico è carente”. La Garante Menghini: clima generale di insoddisfazione. La relazione annuale del Garante dei diritti dei detenuti, presentata ieri mattina alla sala Aurora di Palazzo Trentini, non è una semplice fotografia della Casa circondariale di Spini di Gardolo.

Ma è piuttosto un’istantanea che cattura il movimento di una situazione carceraria in continua evoluzione, evidenziando i passi in avanti che sono stati fatti, ma anche, e soprattutto, le criticità riscontrate. Prima tra tutte la carenza di educatori e di operatori penitenziari che genera inevitabilmente uno stato di frustrazione all’interno delle celle.

Sfogliando alcune delle pagine del rapporto 2018 riecheggiano così le grida dei detenuti della rivolta di Natale. Allo stato attuale sono soltanto 3 gli operatori dell’area educativa, a fronte di una dotazione organica di 6 educatori prevista sulla base dell’originaria capienza massima di 240 persone. Ad oggi, oltretutto, i detenuti sono ben oltre la cifra di paragone.

“Attualmente le presenze sono 296 e il numero continuerà a salire dopo la flessione registrata nel periodo successivo alla rivolta”, ha specificato la garante dei diritti dei detenuti Antonia Menghini. Dopo la manifestazione di protesta scoppiata lo scorso dicembre a seguito del suicidio di un detenuto di origini tunisine, infatti, erano stati trasferiti 58 detenuti. Le presenze erano scese così da 348 a 290, di cui il 68% sono straniere (circa il doppio rispetto alla media nazionale sia per la localizzazione del carcere in una zona di frontiera e sia per i continui trasferimenti che passano per la C.c. di Spini di Gardolo).

Ma come gli educatori, anche gli operatori della Polizia penitenziaria sono costretti a lavorare sotto organico. Rispetto alle 229 unità previste, al momento sono appena 172 gli agenti impiegati nella Casa circondariale di Spini di Gardolo. Tutto ciò “provoca un clima di generale insoddisfazione e di agitazione tra i detenuti, che devono attendere tempi molto lunghi prima di avere una risposta ad una richiesta – ha spiegato Antonia Menghini – Sia che si tratti di una richiesta di colloquio con la direzione, con il comando o con gli operatori e sia che si tratti di una risposta da parte della magistratura di sorveglianza”.

A rincarare la dose è anche la mancanza di una struttura specifica per le persone detenute affette da disagio psichico. Ancora oggi vengono quasi sempre collocate in modo permanente nella sezione infermeria, nonostante rappresenti soltanto una soluzione temporanea. “In questo modo il detenuto non ha alcun accesso alle attività trattamentali – si legge nella relazione delle attività della garante, impegnata lo scorso anno in 400 colloqui con le persone detenute – e finisce col vivere in una situazione che evidentemente, alla lunga, rischia talvolta di compromettere ulteriormente il suo quadro di stabilità psichica e emotiva”.

Dati alla mano, inoltre, senza innescare una logica di causa-effetto, nel 2018 è stato registrato un significativo aumento degli atti di autolesionismo: 34 eventi, quasi il doppio rispetto al 2017. Così come sono raddoppiati i suicidi, da 1 a 2. In confronto ai casi di suicidio registrati negli ultimi sei-sette anni in tutti gli altri istituti penitenziari e in dieci case circondariali del centronord, il tasso di sucidi della Casa circondariale di Spini di Gardolo risulta al di sopra della media. Difronte a questo quadro preoccupante ad aprile – in seguito anche alla rivolta divampata prima di Natale – è stato approvato il Piano provinciale di prevenzione delle condotte suicidarie che ha dato vito ad un gruppo di lavoro operativo.

“Nel primo incontro che si è tenuto qualche giorno fa tra la direzione del carcere e l’Azienda provinciale per i servizi sanitari – ha fatto sapere la garante dei diritti dei detenuti – è emersa la volontà di stilare un documento concreto che crei una rete di operatori capace di intercettare le situazioni di rischio”.

Ad inizio anno, inoltre, l’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) ha comunicato che gli assistenti sociali riprenderanno ad entrare in carcere per svolgere colloqui con i detenuti, attività questa che mancava da più di tre anni. (Corriere del Trentino)