Polizia penitenziaria: suicidi in aumento

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A Sanremo la scorsa settimana, presso l’istituto penitenziario di Valle Armea, uno dei sovraintendenti capo della Polizia Penitenziaria si è tolto la vita sparandosi con la pistola in dotazione. Con questo ultimo suicidio abbiamo raggiunto quota 57 negli ultimi tre anni, ovvero una media di 19 ogni anno o meglio ancora di 3 casi ogni due mesi. Questi numeri sono inaccettabili, sono numeri che debbono far riflettere, in primis il capo del Dicastero di Grazia e Giustizia, il dicastero da cui dipende il corpo di Polizia Penitenziaria.

Ho cercato di indagare al fine di comprendere le cause che sono alla base dell’elevato numero di suicidi da parte del Corpo di Polizia Penitenziaria. Mi sono permessa di fare una attenta analisi perché sono dieci mesi che lavoro come psichiatra all’interno di uno dei 195 istituti penitenziari sparsi sul nostro territorio nazionale. Ovviamente, il mio ruolo è quello di prestare attenzione alla prevenzione del malessere che può condurre un persona reclusa al suicidio e all’intervento terapeutico sulla patologia psichiatrica, se questa si rende necessaria. Dal mio posto di osservazione privilegiato ho avuto modo di osservare dall’interno il grande disagio in cui devono districarsi gli agenti delle strutture carcerarie.

Il disagio non è solo dovuto alla carenza di personale, inevitabilmente per coprire i turni di servizio, l’avvicendamento è così stretto da non lasciare del tempo per un recupero psico-fisico ottimale. Tra le cause di elevato disagio, ci sono anche i vari presidi che noi psichiatri assegniamo ad alcuni detenuti che riteniamo debbano essere attenzionati.

Possiamo, infatti, applicare l’istituto della sorveglianza a vista, ovvero – One-to-One – dove l’agente non deve mai perdere di vista la persona che riteniamo a rischio di atti auto ed etero lesivi. E’ questo un servizio altamente stressante a livello psichico, perché purtroppo, il singolo agente sorvegliante si trova ad affrontare non solo un soggetto che potenzialmente può fare di tutto, ma persone che si sono macchiate di reati per il quale la colpa potrebbe superare il normale decorso dei pensieri e quindi, diventare spettatore davanti all’imprevedibilità umana. L’ulteriore presidio è quello della Grandissima Sorveglianza, il soggetto deve essere controllato ogni 15 minuti. Si evince quanto questi presidi siano ad altissima fonte di stress senza attuare un recupero più che valido.

Alcune indiscrezioni sulle cause di questo ultimo suicidio dicono che forse il timore di soffrire di un male incurabile potrebbe aver determinato l’estremo gesto dell’ispettore. Personalmente sostengo che forse, sì, la paura potrebbe aver stimolato l’estremo atto, ma perché come tutti gli agenti che hanno in dotazione un’arma di servizio, ovvero, essere sottoposti regolarmente ad una serie di accertamenti psico-fisici di controllo, non venga applicata anche al corpo di Polizia Penitenziaria? So che è previsto un controllo di idoneità ogni due anni.

Il timore di una possibile malattia oncologica da sola non è sufficiente a determinare una decisione così importante, deve aver giocato una buona parte del lavoro l’elevato carico di stress lavorativo e come conseguenza deve essersi attivata una forma depressiva su base reattiva. Se fossero previste delle visite programmate per accertare l’idoneità al possesso di un’arma, si potrebbero intercettare eventuali sofferenze psichiche a cui porre rimedio, ma soprattutto, si sarebbero evitati i tanti suicidi che, guarda caso, sono quasi tutti avvenuti con l’arma di ordinanza.

Allarmante disagio psichico

Ho iniziato la mia attività lavorativa nel pubblico dietro le sbarre di un ospedale psichiatrico come infermiera, attività che porterò a termine dietro le sbarre di un istituto penitenziario come psichiatra. Nel lontano 1969, quando misi piede per la prima volta nel pad. 15 del Santa Maria della Pietà il disagio psichico era del corpo infermieristico che di fatto doveva accudire, senza avere a disposizione i farmaci antipsicotici di oggi, i pazienti psichiatrici.

Gli unici oggetti in nostro possesso erano le grandi chiavi apriporta e delle forbici per tagliare eventuali lacci stretti intorno alle aree vitali. Alla mole di lavoro quotidiano, sedici ore su ventiquattro tutti i giorni senza riposo settimanale, si aggiungevano le angherie delle suore preposte al nostro controllo, dando direttive che nulla avevano a che fare con la gestione della malattia mentale. Il germe del nostro disagio veniva avviato dalle colleghe “anziane” e si esplicava attraverso l’oppressione sulle novizie per superare, attraverso l’effetto rivalsa, la difficoltà del sentirsi inermi davanti ad un sistema dissociante per il quale nessuno aveva risposte idonee.

Oggi, nel 2018, svolgo la mia professione di psichiatra a tempo presso un istituto penitenziario. Il mio contatto, non solo con i detenuti ma soprattutto con il corpo di polizia penitenziaria, mi ha indotto a leggere con più attenzione quello che emerge tra il popolo costretto a vivere dietro le sbarre, indifferentemente se per lavoro o per detenzione obbligata.

Troppo spesso vedo il disagio affiorare tra gli agenti che si susseguono nei vari ruoli a cui vengono adibiti e aver letto di un agente, di soli trenta anni, che si è tolto la vita lo scorso 12 agosto nel parcheggio carcere di San Gimignano con la pistola di ordinanza, mi ha incuriosito. Ho cercato quindi di documentarmi se altri agenti avessero tentato suicidio ed ho scoperto che non solo ci sono stati altri suicidi tra il corpo di polizia penitenziaria ma, negli ultimi tre anni, questi sono stati ben cinquantacinque! Quasi tutti gli agenti hanno utilizzato l’arma di ordinanza per dire addio alla vita.

E proprio nel capire come funziona la valutazione a proposito della detenzione di un’arma, con grande meraviglia ho scoperto che coloro che fanno parte delle forze dell’ordine non vengono mai sottoposti ad un controllo periodico dello stato di salute sia fisica sia psichica a meno che non venga richiesta da un superiore.

Sono fermamente convinta che chiunque abbia in dotazione un’arma per lavoro dovrebbe essere sottoposto ad un controllo per la propria e altrui incolumità almeno ogni due anni.

A maggior ragione questo controllo dovrebbe essere attuato agli agenti di polizia penitenziaria, sono loro ad essere il corpo più esposto allo stress, non solo per i turni di lavoro a cui sono sottoposti a causa dell’organico sottodotato, ma soprattutto per la qualità e quantità dei detenuti che, purtroppo, affollano i nostri istituti penitenziari. Non possiamo di certo ignorare che sono aumentati i detenuti a cui devono essere offerte le cure per tossicodipendenze varie oltre a tutte le problematiche connesse all’aumento dei pazienti psichiatrici in arrivo, effetto della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. E’ questa forse la sfida più grande a cui il corpo di polizia penitenziaria è chiamato a dare risposte di accudimento.

Di fatto, non avendone le competenze gestionali, sono chiamati a svolgere attività di supervisione quando noi psichiatri, ad esempio, diamo come indicazione la sorveglianza vista. In questo caso l’agente non deve mai perdere di vista il paziente per l’intera durata del suo turno di lavoro – One-to-One – nella singola cella o la grandissima sorveglianza con controlli ogni quindici minuti.

Ecco gli agenti sono stati proiettati, loro malgrado a fare le stesse identiche mansioni con cui ho iniziato io ben cinquant’anni fa, scontrandosi di fatto con la patologia mentale senza averne la benché minima competenza. Tutto quanto evidenziato, inevitabilmente è fonte di disagio più o meno intenso a tutti i livelli tra coloro che lavorano e vivono la vita negli istituti di detenzione:

– Gli agenti – non sono preparati a questa nuova e stressante realtà che inevitabilmente si ripercuote sulle loro vite e non solo sul posto di lavoro. Purtroppo, pur lasciando la divisa nello stipetto dello spogliatoio e lavato via l’odore della struttura, non riescono a depositare il peso dello stress, portando di fatto il doloroso bagaglio anche all’interno della propria famiglia;

– I pazienti detenuti con diagnosi di malattia mentale o tossicodipendenza – restringendoli in cella non si fa altro che accentuare lo stato mentale già compromesso dalla patologia in atto, ragione per cui l’angoscia rasenta limiti tali da compromettere ulteriormente lo stato mentale generando crisi crepuscolari fino al suicidio;

– I comandanti del corpo di polizia penitenziaria – unico corpo di polizia non in carico al Ministero degli Interni come tutti gli altri ma al Ministero della Giustizia, che si trovano a gestire situazioni fuori dall’ordinario penitenziario e soprattutto a loro poco conosciute, pur adoperandosi per cercare soluzioni adeguate;

– I commissari degli istituti penitenziari – personale non in forza al corpo di polizia penitenziaria pur gestendone le competenze, sono dipendenti civili del Ministero della Giustizia, che si trovano a dover gestire la salubrità sia fisica sia mentale oltre all’economia dell’intera popolazione dell’istituto penitenziario a loro affidato. ius101.it

*Psichiatra