Gli agenti della Penitenziaria hanno stress psicofisici di non facile gestione

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Il professor Pietro Stampa, vice presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, ha firmato qualche giorno fa insieme a Cinzia Calandrino, Provveditore regionale del Lazio, Abruzzo e Molise, un protocollo che ha l’obiettivo di monitorare e verificare periodicamente lo stato psicologico del singolo operatore di Polizia Penitenziaria per fornirgli, quando serve, un sostegno adeguato.

Professor Stampa, quali sono i rischi cui vanno incontro più di frequente gli agenti della Polizia penitenziaria?
“Lavorare all’interno degli istituti penitenziari significa esporsi a livelli di stress psicofisico di non sempre facile gestione. I detenuti – tanto più in un sistema detentivo sovraffollato qual è quello italiano – rappresentano un’utenza portatrice di uno spettro problematico molto ampio, che richiede anche al personale della Polizia penitenziaria interventi mirati, capaci di armonizzare un’attività di ascolto contenitivo e le ovvie e primarie esigenze di tutela della sicurezza dell’istituto nonché della propria persona. Tali considerazioni sono valide, in realtà, anche per il personale civile che si trova a stretto contatto con la popolazione detenuta. Tutti questi operatori difficilmente hanno la possibilità di rielaborare accadimenti e problematiche di cui vengono investiti, anche a causa dell’ingente carico di lavoro a cui tutto il contesto penitenziario è sottoposto”.

Da quali sintomi di disagio è possibile individuare situazioni di stress o disadattamento?
“Il primo sintomo da considerare come un alert di significato pre-clinico è certamente il senso di esaurimento, di esasperazione e/o di disaffezione al lavoro che gli operatori esprimono nell’interazione con i colleghi, e che dal luogo di lavoro trasferiscono poi entro la famiglia, con inevitabile sofferenza delle relazioni affettive: si inizia così a instaurare un loop pericoloso, che può sfociare in forme di disagio psichico vero e proprio”.

In cosa consiste il sostegno che potete fornire?
Il protocollo che abbiamo firmato con il Provveditorato del Lazio, Abruzzo e Molise prevede due principali forme di supporto e assistenza: sotto il profilo clinico metteremo a disposizione una rete di counseling psicologico e psicoterapia diffusa sul territorio regionale, a cui gli interessati potranno rivolgersi con la certezza di ricevere un’accoglienza competente a costi contenuti; sotto il profilo della prevenzione e promozione della salute, interverremo con iniziative di psicoeducazione finalizzate a costruire una più chiara e diffusa consapevolezza dei rischi da stress e delle modalità per affrontarne l’insorgenza nel personale”.

Il vostro supporto può essere importante per il benessere complessivo all’interno degli istituti di pena. È così?
“La cosiddetta “sindrome del burn-out”, che appunto è tipica dei lavori stressanti qual è certamente quello del personale della Polizia Penitenziaria, deve essere trattato a valle con interventi terapeutici e psicoeducativi, e a monte intervenendo sulla dimensione organizzativa dei luoghi di lavoro: ovviamente questa seconda variabile sfugge in larga misura al nostro intervento. Senza dubbio, tuttavia, la promozione del benessere degli operatori non può non riflettersi sulla qualità dell’ambiente lavorativo. L’efficacia del nostro intervento deve, però, necessariamente congiungersi con la possibilità di diffondere una nuova cultura dell’aiuto, laddove tanto il personale di Polizia Penitenziaria quanto il personale civile possa comprendere che chiedere una mano a un esperto psicologo, in un momento di difficoltà, non significa esporsi al rischio di essere etichettati come “malati” o “diversi”, ma rientra nel diritto di orientare la propria vita personale e professionale nella direzione di un benessere individuale e, di conseguenza, collettivo”.

Ritiene opportuno estendere quest’iniziativa ad altre realtà territoriali?
“Sicuramente sì. Il Protocollo siglato a suo tempo tra il Consiglio Nazionale dell’Ordine Nazionale degli Psicologi e il Ministero della Giustizia va proprio in questa direzione: l’offerta di un servizio esteso alla totalità del Paese. Nel nostro caso, il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise ha fortemente voluto l’intesa che abbiamo pienamente accolto e sottoscritto”.