Malato da fumo passivo”, ma il Tar respinge il ricorso del poliziotto penitenziario

Verona: “malato da fumo passivo”, ma il Tar respinge il ricorso del poliziotto

L’agente della polizia penitenziaria ha fatto causa al ministero: “Costretto a inalare”. I giudici: “Sistemi di aereazione non compatibili nelle celle”. “Sistemi di aerazione nelle celle, contro il fumo passivo causato dalle sigarette dei detenuti”. La richiesta di un agente della polizia penitenziaria di Montorio è stata respinta dai giudici del Tribunale amministrativo. Così come anche la sua richiesta danni.

“Mettete degli impianti di aerazione nelle celle del carcere di Montorio”. La richiesta è di uno degli agenti della polizia penitenziaria della casa circondariale che ha trascinato davanti al Tar il Ministero della Giustizia per far valere le sue ragioni. Tutta colpa del cosiddetto “fumo passivo” che, a suo parere, “gli avrebbe cagionato l’insorgere di patologie respiratorie” e un’ulteriore malattia. I dettagli sono pochi perché sono stati gli stessi giudici amministrativi, nella loro sentenza, a disporre di “oscurare le generalità nonché qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute del ricorrente”. Ma, nonostante i vari “omissis” ripetuti nel provvedimento, è possibile ricostruire una vicenda di cui gli stessi magistrati mettono in evidenzia “complessità e parziale novità delle questioni trattate”.

Perché oltre a rivendicare un risarcimento danni da 30.293 euro per violazione delle norme a tutela della salute dei lavoratori, il dipendente è ricorso al tribunale veneziano per chiedere l'”adeguamento dei luoghi di lavoro mediante installazione di idoneo impianto di aerazione”. Richieste respinte dalla sentenza dello scorso aprile e pubblicata nei giorni scorsi. “Il ricorso è infondato e da respingere per quanto riguarda la domanda di risarcimento del danno biologico ivi proposta, mentre è inammissibile in relazione alle altre domande nello stesso contenute”, mettono nero su bianco i giudici che hanno comunque disposto l’integrale compensazione delle spese tra le parti in causa, proprio a ragione della complessità e della parziale novità della materia discussa.

L’agente lavora dal 1999 a Montorio e ha denunciato la “costante stagnazione di grandissime quantità di fumo proveniente dalla (cella, ndr) che i lavoratori si troverebbero costretti ad inalare ogni giorno per tutte le ore dedicate all’espletamento delle loro mansioni lavorative, senza che la direzione della (casa circondariale, ndr) si sia mai attivata per risolvere tale problema”. Ma la difesa dell’amministrazione pubblica, in sede di udienza, ha evidenziato come non vi sia agli atti “una chiara individuazione del nesso di causalità tra l’insorgere della patologia dell’agente e l’affermata esposizione al cosiddetto fumo passivo”, sottolineando che la relazione del perito incaricato dal ricorrente escludeva che la patologia potesse essere considerata a tutti gli effetti una “malattia professionale”.

Insomma, mancherebbe la “prova regina” in grado di dimostrare che il fumo passivo abbia fatto ammalare il ricorrente. Il collegio veneziano ha poi preso in analisi anche la richiesta di installazione dei sistemi di aspirazione e ventilazione forzata, decretando che “tale rimedio potrebbe non essere compatibile con la funzione di restrizione della libertà personale dei (detenuti, ndr)”. In altre parole, la sicurezza della struttura ha la priorità sul fumo passivo.(Corriere Veneto)

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Posted by on 26 agosto 2018. Filed under Cronaca, Ultim' ora. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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