8 agenti di  Polizia penitenziaria e 2 medici indagati per ………..

 

Roma: dieci indagati per il suicida in cella .Il detenuto di 22 anni si è impiccato a Regina Coeli lo scorso 24 febbraio. Per i pm non è stato sorvegliato a dovere. Nei guai 8 agenti e 2 medici.

Non solo non doveva trovarsi in carcere, ma, considerate le sue condizioni psichiatriche, doveva essere sorvegliato a vista. Invece ha avuto tutto il tempo per “fabbricare” nella propria cella un cappio e, il giorno dopo, togliersi la vita. La Procura di Roma ha chiuso l’inchiesta su Valerio Guerrieri, impiccatosi lo scorso 24 febbraio a soli 22 anni in uno dei bagni della seconda sezione del Regina Coeli, con un lenzuolo legato alla grata.

Il suo caso è emblematico delle storture che spesso caratterizzano il nostro sistema carcerario. Sono in totale dieci le persone indagate per omicidio colposo: otto agenti della polizia penitenziaria e due medici del carcere. Essendo affetto da manie suicide, il ragazzo era infatti sottoposto al regime della “grande sorveglianza”, che impone ai poliziotti di verificare ogni quarto d’ora cosa faccia il detenuto.

Controllo che non sarebbe stato eseguito, nei termini prescritti, dal personale che si è alternato a quel piano; visto che dalle testimonianze dei compagni di cella, la vittima aveva già attorcigliato le lenzuola il giorno prima del suicidio. Per di più, in base alla consulenza dei periti nominati dal pm Attilio Pisani, il giovane, proprio a causa della sua patologia, doveva essere controllato a vista o comunque mandato in una Rems, una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza destinata a persone con problemi psichiatrici.

Per questo ai due medici del carcere viene contestato di non aver valutato correttamente la situazione clinica di Guerrieri. Valerio, che da minorenne aveva già precedenti penali (finiti tutti con l’assoluzione per via dei suoi problemi mentali) viene arrestato il 2 settembre 2016 per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, e danneggiamento.

Nonostante in sede di convalida il giudice avesse disposto gli arresti domiciliari, il ragazzo viene portato al Regina Coeli, perché l’abitazione dei genitori a Ostia è giudicata non idonea. Il 25 ottobre, durante la prima udienza del processo, il giudice conferma la misura dei domiciliari. Un’ordinanza che resta lettera morta. Guerrieri resta in carcere senza titolo, fino a quando, il 30 novembre, sulla base di una perizia del consulente del giudice, che lo reputa pericoloso a causa di un vizio di mente, gli viene applicata la misura di sicurezza presso la Rems di Ceccano.

Da questa struttura socio-sanitaria viene mandato via poco dopo, il 19 dicembre: secondo il responsabile il 22enne era “lucido, in possesso della capacità di intendere e volere”. Un parere frutto di un falso ideologico, è l’ipotesi al vaglio della Procura di Frosinone, alla quale i pm romani hanno inviato gli atti per competenza. L’addio a Ceccano, “da dove Valerio era fuggito più volte in tre settimane”, spiega il suo difensore, l’avvocato Claudia Serafani, “è stato una tappa determinante nell’evoluzione della tragedia”.

E così per il ragazzo si riaprono le porte del Regina Coeli. Il 14 febbraio 2017 viene condannato a 4 mesi di reclusione resistenza e lesioni a pubblico ufficiale ma, in seguito al riconoscimento di “un rischio suicidario non basso, quindi non trascurabile”, il giudice dispone di mandarlo “in una casa di cura in regime residenziale per sei mesi”, con revoca della misura cautelare in carcere. E invece Valerio resta dietro le sbarre per altri 10 giorni, fino a quando non decide di togliersi la vita. In un altro fascicolo, in cui viene ipotizzato il reato di omissione di atti d’ufficio, la Procura sta cercando di chiarire perché la direzione del penitenziario l’avesse indebitamente trattenuto. (Il Tempo)

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Posted by on 10 maggio 2018. Filed under Cronaca, Ultim' ora. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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