“Dovremmo disporre di 238 unità, ma siamo a 130 agenti di Polizia penitenziaria, le parole del Direttore…

Il direttore Pappalardo: “Dovevano essere 240, sono 320”. L’accordo del 2008 è sorpassato e va riscritto. A lanciare l’allarme è il direttore della casa circondariale di Spini di Gardolo, dove secondo quel documento avrebbero dovuto essere rinchiuse al massimo 240 persone mentre oggi sono già 320.
L’ultima condanna di Strasburgo risale al gennaio del 2013. Con biasimo formale, i giudici della Corte europea hanno invitato l’Italia a porre rimedio “immediatamente” al sovraffollamento carcerario. Da allora qualcosa è cambiato. Si è così passati dai 68.000 detenuti del 2010 – anno in cui fu dichiarato lo stato di emergenza nazionale per il sovraffollamento penitenziario – ai 52.000 del 2015.
Problema risolto? No. A denunciare il ritorno del problema è l’associazione Antigone, nell’ultimo rapporto presentato poche settimane fa alla Camera. Le strutture sono sature: la percentuale di presenze rispetto alla capienza è pari al 113,2% e in alcuni casi non sono garantiti i tre metri quadrati a detenuto.
Solo quattro regioni non hanno raggiunto tali livelli: la Sardegna (con l’86,1%), il Trentino Alto Adige (87,7%), le Marche (93,2%) e, seppur di poco, la Sicilia (98,9%). Ma il bicchiere è mezzo pieno. Se i volumi della casa circondariale di Trento consentono un rapporto accettabile, il direttore Valerio Pappalardo critica lo sforamento dei numeri stabiliti nell’accordo del 2008 (ossia 240 detenuti, che oggi sono 320). “Rispetto a quei parametri siamo in sovrannumero – rimarca. Che senso ha mantenere un accordo antico, se poi non viene rispettato?”. Di qui l’esortazione: “Va aggiornato il protocollo”.
Il numero dei detenuti presenti nelle singole strutture penitenziarie del Paese è solo una delle criticità da risolvere. Resta tuttavia un parametro quantitativo per comprendere la qualità del sistema. Con 442 detenuti fra Trento e Bolzano al 30 aprile scorso, rispetto a una capacità di 504 persone, la nostra regione è la meno problematica.
Meglio di noi, come visto, solo la Sardegna. “Ma abbiamo il solito dilemma – premette Pappalardo – l’accordo tra l’allora presidente della Provincia (Lorenzo Dellai, ndr) e il Guardasigilli (Angelino Alfano, ndr) esplicitava un tetto massimo di 240 posti, ora quel parametro dell’accordo antico è sforato: siamo fuori perché siamo a 320”.
A livello centrale, infatti, la stima dei volumi ha via via aggiornato la capacità potenziale, senza modificare il perimetro del protocollo che, nella lettura ministeriale, sottodimensionava la capienza reale. “Rispetto alle tarature dipartimentali siamo chiaramente nei limiti, ma resta una strana antinomia tra le premesse originarie e lo schema di tollerabilità detentiva attuale”, rimarca Pappalardo. “Per questo, lo ripeto in tutti i modi, mi chiedo che senso abbia la vigenza di un accordo che si ha difficoltà a rispettare, perché lasciare in piedi un’intesa come simulacro tombale? Meglio rimettersi nuovamente attorno a un tavolo rivedere quello schema”.
Al di là di tale incongruenza formale, il rapporto sostanziale con gli spazi “resta ottimale”. “Con le metrature siamo messi benissimo”, rassicura il direttore. I crucci del carcere di Spini, come noto, sono ben altri: la polizia penitenziaria è carente. “Dovremmo disporre di 238 unità, ma siamo a 130 – sottolinea Pappalardo. Ora aspettiamo trepidamente le nuove assegnazioni all’esito dei corsi di formazione di nuovi agenti”. La mancanza di personale, del resto, si traduce in una serie di difficoltà quotidiane. Ma non è l’unica mancanza. Con il 70% circa di detenuti stranieri, Pappalardo indica “il bisogno di mediatori culturali”. Figure specializzate, congiunzioni necessarie “per comprendere esigenze e abitudini, fare da ponte con le nostre disposizioni e ridurre i contrasti interni”.(corriere del Trentino

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Posted by on 31 agosto 2017. Filed under Cronaca, Ultim' ora. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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