La mafia non ha vinto ma non ha perso”, intervista al Ministro Orlando

 

Orlando: la mafia non ha vinto ma non ha perso”La verità, tutta la verità su quella stagione, manca ancora. Non dobbiamo smettere di cercarla e dobbiamo continuare a sperare che l’autorità giudiziaria sia in grado di fare luce sui passaggi cruciali, sugli errori, sui momenti più oscuri”. A 25 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio nelle quali persero la vita prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ripercorre il cammino intrapreso dallo Stato, dalle istituzioni e dalla società civile nel contrasto a tutte le mafie, a partire dalle intuizioni dei due magistrati uccisi fino agli Stati Generali della lotta alla criminalità organizzata, fortemente voluti dal guardasigilli e che si concluderanno prima dell’estate.Con il mese di maggio, ricorre il primo degli anniversari delle stragi di mafia del 1992. Le date sono scolpite nel nostro calendario civile e privato, quegli istanti di cui ricordiamo tutto, dove eravamo, cosa stavamo facendo, mentre apprendevamo le terribili notizie. Ora sono venticinque anni, un giubileo alla rovescia.È molto difficile fare un bilancio del tempo trascorso da quell’anno, un vero spartiacque della storia repubblicane. Sono stati anni di mafia e di antimafia, tragici e fecondi, in cui al sacrifico di quegli uomini è seguita una reazione dello Stato e della società, l’innovazione di strumenti di contrasto, tecniche investigative e organizzazione giudiziaria, secondo le intuizioni e il lavoro proprio di Giovanni Falcone, che hanno consentito di assestare colpi decisivi alla criminalità organizzata, ponendo fine allo stragismo mafioso.Ma non si è trattato di un inarrestabile e lineare tracciato di progresso, ci siamo a volte accontentati di verità parziali, se non di vere e proprie menzogne, a causa delle quali più di una persona ha pagato con la galera il delitto compiuto da altri.La verità, tutta la verità su quella stagione, manca ancora. Non dobbiamo smettere di cercarla e dobbiamo continuare a sperare che l’autorità giudiziaria sia in grado di fare luce sui passaggi cruciali, sugli errori, sui momenti più oscuri.La mafia non ha vinto. Ma non ha nemmeno perso. Se, dal maxiprocesso in poi, la repressione si è intensificata e, successivamente, sono stati aggrediti ingenti patrimoni mafiosi, certo il metodo mafioso, di produrre profitto con il disprezzo della legge, la sopraffazione minacciata o esercitata, non si è arrestato. Le mafie hanno dispiegato tutto il loro potenziale corruttivo, accompagnando con una persistente capacità di infiltrare le istituzioni pubbliche e il più ampio tessuto sociale e professionale, estendendo le zone d’ombra e le aree grigie in un contesto di debolezza dei pubblici poteri e della politica.Abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno in territori a non tradizionale insediamento delle organizzazioni criminali, a cambiamenti straordinari, non tutti ancora decifrati, che chiamano in causa la globalizzazione dei mercati, la crisi dei corpi intermedi e le difficoltà degli stati nazionali ad adeguare i loro ordinamenti a reti e capitali in costante movimento. L’incapacità di lettura ha generato un’indifferenza involontaria, che si affianca a quella ricercata da parte di pezzi di società e di classe politica.
Di fronte a tutto questo, più ancora che i simboli, dobbiamo rilanciare le ragioni della lotta alla mafia, verificare le prospettive con cui la comprendiamo, rielaborare le tipicità sanzionatorie e riuscire ad applicarle con maggiore efficacia a livello nazionale e sovranazionale.È nato da questa convinzione il percorso che abbiamo chiamato Stati Generali della lotta alla criminalità organizzata (sul modello già sperimentato per l’esecuzione penale), che concluderà i suoi lavori prima dell’estate. L’idea è di allargare il campo della riflessione culturale e dell’iniziativa politica ben oltre l’attività istituzionale del Ministero, chiamando un fronte largo di studiosi e operatori, di forze intellettuali, politiche e sociali a confrontarsi su questioni essenziali per la nostra convivenza civile, per il modo d’essere della nostra democrazia, per il modello di sviluppo che vogliamo perseguire.Il lavoro è partito dalle nuove evidenze della consistenza e delle evoluzioni del fenomeno mafioso, per come emergono dalle più recenti analisi empiriche e scientifiche, talvolta non pienamente analizzate dai soggetti istituzionali deputati al monitoraggio. E ci siamo soffermati sui rischi di “vulnerabilità” del sistema, nei diversi ambiti della vita economica, sociale e istituzionale, a causa della mancanza o dell’inadeguatezza di strumenti di prevenzione e di contrasto, o di fonti informative disponibili e trasparenza dei processi, al fine di chiudere le “crepe”, i “varchi” che le organizzazioni criminali riescono ad aprire nell’ordinamento o attraverso cui riescono a inserirsi.L’elaborazione e il perfezionamento degli strumenti di contrasto e prevenzione sarà davvero efficace se sapremo guardare ai fenomeni mafiosi con uno sguardo politico-culturale più ampio, se sapremo collocarli in una più generale prospettiva di sviluppo sociale e civile.
È un lavoro tanto più necessario se, ripercorrendo a ritroso i venticinque anni che ci separano dal 1992, guardiamo al fronte dell’antimafia. La reazione spontanea dei cittadini, in quelle primavere della società civile, che contribuì a favorire il rinnovato impegno della politica e delle istituzioni sul contrasto alla mafia, si è lentamente trasformata in un inverno di un’antimafia che, purtroppo, è talvolta diventata strumento di potere e affari.
Gli scandali che, dalla gestione dei beni confiscati a un certo “professionismo” antimafioso, in Sicilia hanno colpito pezzi del cosiddetto fronte antimafia, ne hanno minato la credibilità, rischiando di indebolire anche le organizzazioni più serie, esposte e impegnate, in un quadro di già strutturale difficoltà delle forme organizzate di lotta alla criminalità organizzata e alle sue evoluzioni.D’altro canto, questi venticinque anni ci consegnano una qualità della vita pubblica e istituzionale che ha conosciuto processi di rinnovamento incompiuto, quando non vere e proprie regressioni, dovute alla scarsa qualità delle classi dirigenti politiche e burocratiche, in assenza di un sistema di partiti in grado di organizzare la vita democratica, selezionare buone classi dirigenti e, ancor più, di condurre battaglie sociali in grado di sradicare, soprattutto tra i giovani, le subculture che alimentano mentalità mafiose.Per combattere la mafia serve un esercito di maestri elementari, diceva lo scrittore. Ed è vero. Ma è vero anche che, fuori dai cancelli delle scuole, o dentro scuole coi cancelli aperti, le nuove generazioni devono poter incontrare una società che si organizza, le forme della cittadinanza attiva in cui esprimere un protagonismo politico e sociale, civile e democratico.(LaRepubblica.it)

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Posted by on 24 maggio 2017. Filed under News, Ultim' ora. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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