Sulla POLIZIA PENITENZIARIA e sulle carceri con parole semplici, per spiegare a chi non è addetto ai lavori

 

In Italia le carceri sono tra le più civili d’Europa e anche di recente ci si è giustamente preoccupati di migliorare le condi- zioni di vita dei reclusi. All’interno degli istituti lavorano pro- fessionisti altamente qualificati, che sanno contemperare le contrapposte esigenze alle quali le c map

arceri devono obbedire. Accanto agli educatori e agli assistenti sociali e sotto il control- lo dei direttori d’istituti, oggi dirigenti penitenziari, opera in particolare la polizia penitenziaria. È un corpo ad ordinamen- to civile che nel 1990 ha preso il posto del Corpo degli agenti di custodia, con la prospettiva di trasformarsi in un vero corpo di polizia.Sul piano delle caratteristiche professionali questi uomini non hanno nulla da invidiare alle altre forze. Anzi se è vero chela professionalità degli operatori si misura con la quantità di situazioni critiche che riesce ad a affrontare e risolvere, potremmo affermare che la “penitenziaria” dovrebbe condividere il primato ex aequo con i più prestigiosi corpi di polizia. Ogni giorno infatti accadono episodi critici nei quali questi agenti danno prova di coraggio e professionalità. Ma si tratta di fatti che non avvengono sulla strada e non possono essere documentati e raccontati come meriterebbero. Aggressioni, liti furibonde fra reclusi, minacce e botte che se accadessero fuori sarebbero oggetto di filmati e servizi giornalistici; se vengono a affrontati e gestiti dentro una cinta di cemento armato invece nessuno li vede. Se le condizioni dei reclusi migliorano, al contrario quelle degli operatori sono quasi disumane. La notte ad esempio nelle carceri italiane la sicurezza è affidata solo a pochi agenti, che in qualche istituto non raggiungono la decina e devono tenere a bada centinaia di reclusi, alcuni dei quali molto pericolosi. Appare fin troppo evidente che in una situazione simile per potere impedire che si verifichino rivolte o incidenti occorre che ci siano dei forti deterrenti, e cioè che ai detenuti eventualmente malintenzionati non venga in mente di approfittare della situazione. È certo infatti che l’indomani, quando le forze saranno riequilibrate, potrebbero essere identificati e ne avrebbero delle conseguenze fortemente negative sul piano disciplinare e di sicurezza. Ma da un paio di anni anche durante il giorno la gestione dello spazio interno è cambiata. Prendendo esempio da ciò che accade all’estero – ma al solito senza tenere conto di molti altri fattori – si è ritenuto che durante la giornata i detenuti debbano stare fuori dalle loro celle e vagare per gli spazi comuni dell’istituto di pena. Si tratterebbe di una scelta opportuna se ricadesse solo su reclusi che sono impegnati in attività lavorative e che non creano problemi di sicurezza. Infatti in tutti i paesi che adottano questo sistema vi è la preventiva esclusione dei soggetti che possono essere ritenuti pericolosi. Il problema è che questa scelta a partire dal 2012 è stata adottata in modo abbastanza indiscriminato nei confronti di quasi la totalità dei reclusi e senza valutare la loro pericolosità…(continua)

 

dal profilo GIUSTIZIALISTI di P. Davigo e S. Ardita

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Posted by on 14 maggio 2017. Filed under News, Ultim' ora. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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