Scandalo in carcere: party e foto in cella con il pericoloso boss. La foto incriminata

 

Polizia penitenziaria, 31 ottobre presidio a Verona

Polizia penitenziaria, 31 ottobre presidio a Verona

Ai carabinieri che si erano presentati all’ingresso del carcere con un mandato di perquisizione avrebbe riferito che no, non potevano entrare. «Ragioni di sicurezza», avrebbe riferito. Gli investigatori vicentini si erano presentati a Montorio per perquisire la cella di Emanuel Demaj, il boss albanese di 32 anni recentemente condannato a quasi 13 anni in appello per una raffica di rapine, che avrebbe prima cercato di evadere dalla casa circondariale di Vicenza, e poi – trasferito a Verona – avrebbe fatto postare su Facebook una foto che lo ritraeva durante la festa dietro le sbarre. Ma la direttrice dell’istituto non aveva consentito. Dopo quel rifiuto, il procuratore Cappelleri e il pubblico ministero Golin hanno iscritto sul registro degli indagati la direttrice del carcere scaligero di Montorio Maria Grazia Bregoli, già stimata responsabile del San Pio X di Vicenza: l’ipotesi a suo carico è il favoreggiamento personale. Il fascicolo è stato trasmesso per competenza territoriale a Verona. IL BOSS. Contro le imprese criminali di Demaj i carabinieri del nucleo investigativo indagano da anni. Nel suo curriculum numerose inchieste, per reati molto gravi. Due anni fa, mentre era in corso il processo di primo grado per l’operazione Aquile nere, contro una banda di rapinatori che assaltava i locali, di cui Demaj era il capo, i carabinieri del maggiore Bertoli scoprirono che l’albanese stava tentando di evadere dal San Pio X. Si era procurato un cellulare, ed era in contatto con i due fratelli. Venne trasferito, e nel corso di una perquisizione in cella spuntarono il telefonino e una mappa del penitenziario. In un secondo momento furono catturati, in Francia, i due congiunti. L’indagine su quel tentativo, seguita dal pm Golin, sarebbe in conclusione.
LA FOTOGRAFIA. Nel corso di quelle verifiche, i detective accertarono un altro particolare quanto mai inquietante: su un profilo Facebook era stata pubblicata la foto di una cena organizzata per il compleanno di un detenuto a Montorio: un gruppo di amici sorridenti che mangia con appetito e che brinda. Fra di loro, Demaj. Chi aveva scattato la foto? Come era finita su internet? Evidentemente, qualcuno dentro al carcere con lo smartphone collegato al web. Una volta emersa la circostanza, era scoppiato un polverone. In realtà, come emerso in altre indagini, in molte strutture carcerarie italiane entrano telefoni: al San Pio X quello di Demaj era nascosto fra la gelatina. LA PERQUISIZIONE. Per questo, una volta ricostruiti i passaggi, i carabinieri avevano ritenuto di perquisire la cella. Ma Bregoli si sarebbe opposta, e a nulla sarebbero valse le rimostranze della procura vicentina. I militari rientrarono a Vicenza con un nulla di fatto; la perquisizione venne compiuta qualche settimana dopo (Bregoli in questa seconda circostanza non era in servizio), e nella disponibilità di Demaj fu trovato un altro telefonino. Il comportamento della direttrice, per la procura di Vicenza, ha violato la legge: avrebbe favorito un indagato. Bregoli avrà modo di chiarire. IL CASO IN PARLAMENTO. «Chiedo al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, quali le misure che s’intendono adottare a livello centrale per monitorare i casi di ingresso illecito dei telefoni cellulari nelle carceri, impartendo direttive a rafforzamento dei controlli da parte del personale di Polizia penitenziaria», ha commentato il deputato veronese del Movimento 5 Stelle Mattia Fantinati.(Intenapoli)

 

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Posted by on 5 aprile 2017. Filed under Cronaca, Ultim' ora. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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